Giovedi' 20 Agosto

UN INCIDENTE


Appena venti giorni dopo il matrimonio subii un incidente stradale con la mia motocicletta all' incrocio tra la Piazza dei balli e la via Nazionale, mentre mi recavo all' ufficio postale per acquistare dei francobolli. Essendo fermo allo stop, mi piombo' addosso un altro motociclista, evidentemente convinto che io avrei continuato ad attraversare l' incrocio; fui preso in pieno, scaraventato sull' asfalto e sbattei la testa. Nell' impatto persi conoscenza; mi dissero poi di essere stato trasportato in barella all' ambulatorio comunale; non mi accorsi di niente e non sentii nessun dolore, evidentemente ero svenuto. Ripresi conoscenza mentre il medico condotto, dott. Roberto Santona, mi prestava le prime cure e cominciai a sentire dolori fortissimi alla testa e in tutto il corpo, provai subito una profonda sensazione di fastidio e di dispiacere per essermi svegliato da quel sonno dolce e profondo che sembrava avermi dato tanta pace e benessere, al corpo e alla mente, senza farmi sentire in alcun modo la sofferenza. Mi resi conto al risveglio che in quel momento avrei potuto essere in un altro mondo, su un altro pianeta fino ad allora sconosciuto e che ormai avevo dimenticato tutto quello che fino a quel momento mi era appartenuto. Questo episodio mi rimane nella mente come un sogno che non si cancella mai. Subito dopo le prime cure e i controlli medici in ambulatorio, fui portato a casa su una barella, sostenuta da due volenterosi, che ancora oggi non so chi siano stati. Poi fu organizzato il trasporto d’urgenza all’ospedale civile di Sassari, che fu effettuato con la macchina presa a noleggio da Mario Unali di Pozzomaggiore e col medico, che mi scorto' fino all' ospedale con la sua macchina. Rimasi venticinque giorni in ospedale; quando fui dimesso, con l' aiuto di mia moglie che mi sorreggeva con forza, ci incamminammo verso l' Emiciclo Garibaldi per prendere l' autobus che ci avrebbe portato in paese. Mentre con difficolta' e grande fatica stavamo per arrivare alla fermata del pullman, ci vide mio cugino Angelo Meloni che immediatamente si fermo' e ci volle accompagnare a casa con la sua nuova "Seicento".
Per accorciare la distanza e dargli il minor disturbo possibile, mi feci accompagnare, a casa di mia sorella, a Florinas, dove abitava perche' mio cognato prestava servizio presso l' ufficio postale di quel paese; il giorno dopo rientrammo a casa nostra, a Padria. La convalescenza duro' circa sei mesi, durante i quali non potei lavorare. Attraversai momenti di grande difficolta' e sofferenza, dovendo fare fronte, oltre all' invalidità, anche ad una situazione economica che diventava sempre piu' preoccupante e pesante, dovendola affrontare soltanto con le mie deboli forze perche', purtroppo, non ho mai ricevuto aiuti da nessuno, tranne che dalla vicinanza affettuosa e sincera delle persone piu' care. Le uniche possibilita' che avevamo a disposizione consistevano in un piccolo risparmio, che ben presto si esauri'. Nel frattempo fui convocato in caserma dal comandante della stazione dei carabinieri che verbalizzo' quanto da me dichiarato circa l' incidente, ossia di essere stato investito, mentre ero fermo allo stop, da un motociclista che proveniva dalla mia destra e invadeva la sua corsia di sinistra, piombandomi addosso; fornii anche la prova chiara e lampante come risultava dall' esame della mia motocicletta non ancora riparata, nella quale si poteva vedere la vistosa ammaccatura nel lato destro del serbatoio della benzina, causata appunto dall' urto della moto dell' investitore. Questi invece dichiaro', e fu messo a verbale, che io stavo attraversando la strada senza dare la precedenza. La mia dimostrazione stava nel fatto che, cavalcando la moto normalmente, il serbatoio sarebbe stato completamente coperto dalla coscia destra: quindi, trattandosi di una moto di dimensioni abbastanza ridotte, avrei riportato sicuramente fratture o lesioni alla stessa gamba, mentre non mi fu riscontrato neanche un graffio, perche' i piedi erano appoggiati per terra essendo fermo. Sicuro e fiducioso che l' indagine e la giustizia avrebbero fatto il loro corso non presentai denuncia e nemmeno chiesi il risarcimento danni al mio investitore, sopratutto perche' era venuta a casa mia sua madre, promettendo un adeguato risarcimento purche' non venisse presentata la denuncia che altrimenti, a suo dire, avrebbe compromesso l' avvenire del ragazzo, il quale aveva gia' inoltrato domanda per la carriera militare. Avendo ottenuto la "parola", come si usava fare tra gente per bene a quei tempi, e per la mia cocciuta fiducia e lealta' verso il prossimo, promisi che non avrei proceduto. Essendo ormai trascorsi i termini di legge, che ben conosceva un suo parente poliziotto il quale, da esperto in materia, dava i suoi consigli, mi trovai danneggiato e fregato, con una grande delusione per le promesse non mantenute da persone che avevo considerato affidabili, umane e oneste; cosi' subentro' in me la perdita di fiducia nei confronti dei funzionari dello Stato che rappresentavano la giustizia, cosi' tutto cadde nel dimenticatoio. Sopportando spese, sofferenze e conseguenze permanenti, dopo oltre sei mesi di inattivita', lentamente ripresi a lavorare. Dopo qualche mese di lavoro dovetti comprare una utilitaria che mi consentisse di trasportare il materiale necessario per l' attività artigianale e risparmiare cosi' le spese di trasporto dello stesso attraverso i mezzi pubblici. La macchina, una Fiat 500 "giardinetta belvedere", comprata di seconda mano, mi serviva anche per fare le consegne di arredamenti che mi venivano commissionati. La carrozzeria era in legno e tenni la macchina fino al 1963. Il 26 novembre 1959 diventai per la prima volta padre di una figlia femmina (Antonella); la gioia fu grande, ero infatti gia' papa' a soli ventitre' anni. Nel 1962 ebbi nuove e interessanti proposte di lavoro presso un importante ente pubblico; le ricevetti in seguito a lavori da me eseguiti con ottimi risultati; cosi' accettai subito tale impiego.

Peppino Mele