Domenica01 Marzo

UN AMICO SPECIALE


Fra i tanti amici di giochi e compagni di infanzia voglio ricordare una persona speciale, Antonino Sale, un ragazzo down. Con lui tutti ingenuamente scherzavamo spesso e volentieri, ma allo stesso tempo lo rispettavano e gli volevano bene, perche' era buono e affettuoso, ma sapeva anche riconoscere gli amici buoni da quelli meno buoni, che ironizzavano su di lui; infatti, solo i primi li chiamava compare e dava loro maggiore confidenza e fiducia. Antonino era il piu' piccolo della famiglia, composta da quattro sorelle e un fratello; tutti gli volevano bene e lo coccolavano molto, date le sue condizioni di salute. I suoi compaesani, per l' ignoranza diffusa e una impunita mancanza di rispetto, gli affibbiarono il nomignolo di Antonino su maccu.
La scuola per lui non esisteva, nessuno lo teneva in considerazione perche' malato, pronunciava solo qualche parola in dialetto ma capiva tutto e faceva capire cio' che voleva. Sapeva distinguere e apprezzare l' amicizia sincera e pertanto, come si usa in Sardegna, mi chiamava compare; quando gli appoggiavo la mano sulla spalla mi guardava soddisfatto e contento, potevo accompagnarlo ovunque; mi seguiva fiducioso considerandomi la sua guida. Antonino cresceva bene, era forte e pieno di vitalita'. Dopo la morte dei suoi genitori e l' allontanamento delle sorelle maggiori e del fratello che, per motivi di lavoro o perche' sposati, vivevano in altri paesi, stava con la sorella nubile di qualche anno piu' grande.
Gia' da ragazzino andava in chiesa tutte le domeniche alla messa delle undici e non sempre stava attento e composto ad ascoltare il sacerdote. In quel periodo la messa veniva celebrata dal sacerdote rivolto verso l' altare, con le spalle ai fedeli. Antonino, non visto dal sacerdote, si avvicino' alla balaustra di marmo che delimitava la zona dell' altare da quella dei fedeli e, per gioco, infilo' la testa nella parte alta e piu' larga dei pilastrini di marmo per poi abbassarsi verso terra e cercando di tirare fuori la testa proprio nel punto piu' stretto. Non riuscendo piu' a liberarsi, comincio' ad urlare spaventato, mentre in quel momento il sacerdote teneva in alto il calice delle ostie. Alcune parrocchiane dei primi banchi provvidero subito a liberarlo e a calmarlo, mentre il pubblico nella confusione del momento rumoreggiava ridendo e commentando l' accaduto.

Antonino era sempre attratto dal suono delle campane e frequentava tutti i giorni la chiesa e il sacerdote. Questi lo aveva preso in simpatia e lo aveva istruito bene per suonare le campane e per fargli fare il chierichetto e farsi aiutare anche durante la celebrazione della messa. Una volta riconosciuto idoneo comincio' a sentirsi un uomo importante, praticamente il secondo funzionario della chiesa. Quando indossava l' abito per la celebrazione della messa si guardava soddisfatto e contento. Egli era un ragazzo forte e robusto: durante l' accompagnamento del feretro al cimitero portava la pesante croce, sempre in testa alla processione, eseguiva attentamente le istruzioni che gli venivano date dal sacerdote, di cui godeva la massima stima, al punto che gli erano state affidate le chiavi per aprire la porta di accesso al campanile. Ormai si sentiva padrone assoluto.
Negli ultimi anni della sua onorata carriera un nuovo sacerdote, che non era convinto della fiducia che il suo predecessore aveva posto nel bravo chierichetto, penso' di ritirargli le chiavi per sentirsi piu' tranquillo ma Antonino, ribellatosi, si rifiuto' di consegnarle, sostenendo che fossero sue. Egli le teneva ben strette tra le mani, poi le infilo' nella tasca dei pantaloni per metterle piuu' al sicuro. Il prete voleva convincerlo con le buone maniere ma senza riuscirvi, quindi, persa la pazienza, cerco' di strappargliele dalla tasca e poi dalle mani; per tutta risposta, Antonino diede al prete un morso alla mano destra, tanto profondo da farlo sanguinare.
Con questo gesto ebbe fine la sua grande e inconsapevole avventura in chiesa, dove non torno' mai piĆ¹.
All' eta' di sessantotto anni, dopo lunga malattia, rese infine l' anima a Dio.

Peppino Mele