Lunedi' 26 Febbraio

TIU PEDRU CAU

Chi era quest’uomo? Era un vecchietto di oltre ottant' anni bravo e simpatico, che abitava nel vicolo cieco a monte della chiesa di Santa Croce, viveva da solo e provvedeva autonomamente alle faccende domestiche e al suo fabbisogno, si manteneva con i lavori che svolgeva in campagna. Lavorava molto bene il lino e a tal fine aveva costruito una particolare macchina in legno realizzata con un robusto cavalletto e sormontata da due listelli a coltello fissati alla base e uno mobile che si incuneava fra i due a modo di cesoia, manovrato dall' alto al basso stando in piedi. Sul tavolo appoggiava il mazzo di steli della pianta di lino, tenendoli con una mano, mentre con l' altra li inseriva nella macchina liberando cosi' i fili dalla paglia e dalla parte legnosa. Il fasci del lino venivano lavorati anche pestandoli con una mazza di legno appoggiati sopra una grossa pietra liscia, e poi venivano fatti passare in un pettine, fatto di chiodi piantati sopra una tavola, attrezzi sempre costruiti con le sue mani. Questa operazione, eseguita normalmente nel mese di luglio, veniva chiamata baldigadura; seguivano poi altri procedimenti fino alla filatura. Il lavoro si svolgeva in un appezzamento di terreno non molto lontano dalla sua abitazione, nella periferia del paese in zona S. Croce. Zio Pietro Cau, come veniva chiamato dalla maggior parte dei giovani compaesani, portava sempre un cappello a falde larghe, gli occhiali da vista rotondi e con le lenti molto spesse e si accompagnava con il suo inseparabile bastone, aveva i baffi bianchi e lunghi, sapeva leggere e scrivere, era anche poeta; aveva una grande passione per tutte le poesie ed era bravo per le battute in rima, talvolta abbastanza vivaci e piccanti. Le persone del vicinato lo ricordavano spesso per una ninna nanna che canto' ad un bambino di una famiglia amica, che, sdraiato nella sua culla, su brassolu, piangeva e non voleva dormire. La mamma del bambino, essendo impegnata nelle faccende domestiche, gli chiese il favore di cullarlo e, mentre dondolava la culla, intono' la sua canzoncina: A ninnia ninniolu / drommi tue in su brassolu / a ninnia a ninnia / ancu che restes tue ebbia.
Quando vedeva dei bambini piangere per strada, cercava di calmarli, promettendogli qualcosa e spesso diceva: "Stai zitto non piangere, bravo figliolo, se fai da bravo, domani ti porto una vespa per giocare" (cagliadi fizu onu crasa gia' ti atto unu espe a giogare). Un giorno si trovava nel bar, su zilleri. Un suo amico si lamentava con lui perche' dalla vigna gli rubavano spesso l' uva e la frutta, quando erano quasi arrivate a maturazione, soprattutto le primizie. Si diceva che fossero parecchie le persone che si erano lamentate dei furti: l' uccel di bosco, evidentemente, studiava bene i movimenti delle vittime designate e riusciva sempre a farla franca. Erano in molti a dubitare su una certa persona che veniva descritta di statura bassa, ma senza mai pronunciare il nome, al quale zio Pietro Cau aveva dedicato qualche verso; ne ricordo uno che diceva:

Ca ses rasinu che un' scarpone
de sos bintzatteris ses castigu,
pro furare, grande campione,
superas su ladru pius ischidu,
de altaria bascia e caltagone
ma de trassas supera matzone.
A sa frutta ti ettas che putzone
non bi lassas figu ne crabione.


(Trad.:Sei raso come uno scarpone,
dei vignaioli un bel castigo,
per rubare, grande campione,
superi il ladro piu' sveglio,
di altezza bassa e tarchiata,
di vizio superi il volpone.
Della frutta, ghiotto come uccellone
non lasci la matura ne' il durone)

Tiu Pedru Cau qualche volta andava a bere un bicchiere di vino al botteghino e si intratteneva a scambiare qualche parola con altri avventori. A quei tempi, i botteghini non erano ancora classificati e venivano chiamati "bettole", in sardo zilleri oppure butteghinu. La bettola era frequentata da un altro simpatico e socievole avventore che, quasi sempre, gli chiedeva di dedicargli una poesia. Trattandosi di una persona che non era originaria del paese, ma solo residente con tutta la sua famiglia, per motivi di lavoro, tiu Pedru Cau, fingendo di non ricordare il suo nome e cognome gli chiese: "Ite ti narasa tue?", ed egli rispose: "deo mi naro L. Chessa", e la battuta in rima e' stata la seguente :

Chessa, e non chessas dae su caminu,
chessa, e non chessas dae su butteghinu,
chessa, e non chessas dae sas iscarpinas noas,
in campu santu chelas finas.


Risate a non finire tra gli avventori e i soliti spergiuri da parte del Chessa.

Peppino Mele