Domenica 15 Dicembre

SALVATOREDDU


Tra i tanti amici del tempo passato voglio ricordare la figura di uno carissimo nonche' cugino e compagno di giochi, Salvatore Mele, classe 1936, che tutti chiamavamo simpaticamente Salvadoreddu, per la bassa statura. Salvatoreddu era grassotello, molto simpatico e anche un promettente poeta, inframezzando il discorso con divertenti battute in rima. Egli era figlio unico di una coppia non piu' giovane e per questo veniva molto coccolato dai suoi genitori, lo accontentavano in tutto cio' che potevano. Ricordo che il nonno materno, che noi chiamavamo tziu Fummone per via del fumo che usciva dalla sua inseparabile pipa e dal sigaro, gli aveva regalato un pallone vero, di cuoio, che per tutti noi era una meraviglia, pero' appena si incominciava a tirare qualche calcio piu' forte, il pallone veniva ritirato perche' si stava sciupando e tziu Fummone lo riportava a casa sua. Salvadoreddu era sempre ben vestito ed elegante, indossava giacca e pantaloncini corti ben puliti e stirati, sembrava insomma un figurino e anche durante i nostri giochi stava sempre attento a non sporcarsi, per non dare dispiacere ai genitori. Questi, il padre in particolare, erano molto orgogliosi di lui, e per lui stravedevano, immaginando un avvenire felice e radioso e un futuro fantastico. All'etaa' di dodici anni improvvisamente Salvatoreddu si ammalo', prima una banalissima appendicite, poi la peritonite e nel giro di pochi giorni mori'. Questo triste evento aveva scosso tutti gli abitanti del paese, che di lui, addolorati, parlavano spesso. Il funerale, su richiesta dei familiari, venne celebrato in forma straordinaria da tre sacerdoti, i quali, durante l' accompagnamento del feretro al cimitero, effettuarono anche delle pause prestabilite, come era usanza per i funerali di lusso. Il funerale di Salvadoreddu, per questo motivo, rimase indimenticabile e resto' impresso nella memoria dei compaesani per sempre. Aveva colpito tantissimo tutti lo straziante accompagnamento del padre zio Antonangelo, che non si staccava mai dalla piccola bara, portata a spalla dai parenti, tutti ricordavano il suo inconsolabile dolore. Dal giorno della dipartita del figlio, infatti, non fu piu' la stessa persona, la sua vita e il suo umore cambiarono, giorno dopo giorno, era come un uomo a cui era cascato il mondo addosso, come schiacciato dalla piccola bara del suo unico figlio, tanto amato. Lo zio Antonangelo, per onorare ancor di piu' e per sempre il figlio, fece costruire da un bravissimo scultore e collocare a centro del cimitero una tomba di marmo bianco con sopra la scultura marmorea, quasi a grandezza naturale, che riproduceva fedelmente Salvadoreddu. Quotidianamente andava in cimitero a pregare e piangere il figlio, poco importava se d' inverno piovesse o se, nelle giornate estive, il sole picchiasse sulla testa. Lo si vedeva sempre zio Antonangelo percorrere il sentiero di Capitales, saliva sin sopra un muro a secco che terminava a ridosso del muro di cinta del cimitero, da dove poteva agevolmente vedere la statua del figlio. L' immenso dolore di zio Antonangelo ebbe fine all eta' di 67 anni, esattamente sette anni dopo la morte di Salvadoreddu.

Peppino Mele