Giovedi' 29 Ottobre

I MILITARI IN PAESE E IL TEATRO


Durante il periodo della seconda guerra mondiale, tra il 1940/1945, una parte del caseggiato scolastico, come pure tante case private, era stato requisito per alloggiare i militari. Nella prima stanza a sinistra del piano terra era stato anche allestito un ambulatorio dove un tenente medico curava sia i militari che i civili. Anche vicino alla mia abitazione era stata requisita una casa e ci vivevano dieci soldati con i quali la mia famiglia, da subito, aveva instaurato un rapporto di reciproca amicizia e rispetto. Si lamentavano spesso del rancio che veniva loro servito, quasi sempre minestrone, per la verita' piu' brodo che minestra, e delle dure gallette difficili da masticare.
Tutte le settimane mia madre faceva il pane in casa. Sono sicuro che quei poveri militari lo desiderassero piu' di ogni altra cosa al mondo e fin dal momento in cui mia madre lo infornava ma, ancor di piu', quando dal comignolo usciva prima, oltre al fumo, il profumo della legna utilizzata, e poi del pane finalmente cotto. Il primo pensiero dei miei genitori dopo che si sfornava il pane ancora caldo e profumato era per quei poveri militari, e mandavano me a consegnare loro un pane bianco chiamato "su cola- cola", con anche una focaccia di cruschello "amifache de chivalzu". Quest' ultima, pane di seconda categoria ma molto gustoso, la si mangiava preferibilmente ancora calda, spaccandola in due parti e spalmandovi dello strutto con una spruzzata di peperoncino. I soldati la gradivano molto anche perche' finalmente potevano mangiare qualcosa di diverso dal solito rancio servito nelle gavette di alluminio. Spesso i miei genitori mi mandavano a fare la spesa in un negozio di generi alimentari, "sa buttega" e i militari, quando mi vedevano andarci, mi chiedevano di comprare per loro un po' di ricotta, raccomandandomi prima, pero', di non dire al negoziante che era per loro in quanto la ricotta veniva venduta solo ai clienti fissi; il negoziante comunque lo aveva capito da tempo che parte di quella quantita' era per loro, ma preferiva far finta di non essersi accorto.
Anche la casa di mia nonna materna era stata requisita, vi alloggiavano una decina di soldati e, fra questi, c' era un bravo falegname. Faceva dei piccoli lavori a domicilio con i pochi attrezzi che era riuscito a procurarsi. Per casa mia aveva costruito una finestra. Questo militare si chiamava Lucio Mazzola. Era una bravissima persona, educata, rispettosa, e aveva fatto amicizia con mio padre. Dopo l' armistizio i militari vennero congedati e, finalmente, potevano ritornare nelle loro case e dai propri cari. Il Sig. Mazzola, prima di partire, venne a casa per salutarci e ringraziarci per l' ospitalità€ e l' accoglienza che aveva ricevuto e, molto commosso ci abbraccio' tutti. A mio padre disse: "Mio caro Pietrangelo, non posso fare di piu' ma riconoscente del trattamento ricevuto e dell' affetto sincero che mi avete dato tutti voi, ti lascio per ricordo la mia gavetta, che per l' occasione aveva lucidato e resa brillante. Quella gavetta di alluminio portava incise le sue iniziali ( M.L. ) e io la conservo ancora per ricordo. I militari costruivano trappole di filo di ferro e le piazzavano negli uliveti della periferia e nelle campagne del paese per acchiappare i passeri e i merli per poi cucinarli e fare qualche spuntino tra loro. Non si facevano mancare mai un abbondante quantita' di vino che veniva, di solito, regalato da persone del vicinato. A fine spuntino facevano festa e cantavano in coro allegramente. Uno dei militari in particolare, quando si ubriacava, faceva un comizio dalla finestra del piano superiore della casa in cui stava, atteggiandosi come una marionetta, sedendosi sul parapetto della finestra col rischio di precipitare sulla strada, poi i suoi compagni lo tiravano giuu' e cosi finiva il teatrino che per noi ragazzi era un occasione di divertimento. Tra le poche occasioni di svago di quel periodo, ricordo che era stato allestito un palcoscenico all' interno di un grande garage di proprieta' di un ricco nobile del paese, vicino alla casa dove alloggiavano i militari. Il locale era pieno al completo ed erano presenti le massime autoritaa' locali: i carabinieri, il segretario politico del partito fascista, il prete, e, in prima fila, il Podesta'. La compagnia teatrale, tutta composta da militari, recito' una bella commedia che al pubblico piacque molto, la parte piu' divertente, al finale, fu la farsa, per l' allegria di tutti e soprattutto dei bambini i quali regalarono agli attori un grande applauso. Il teatro era allora una passione di tutti e anche nei piccoli paesi era possibile goderne grazie alle compagnie del carro di Tespi . Passato poco tempo dalla smilitarizzazione, arrivo' una compagnia teatrale che portava in scena alcune rappresentazioni, la piu' importante e richiesta era quella di Giulietta e Romeo, dalla famosa opera di Shakespeare. Questa commedia e' stata presentata per molte volte e i giovani e bravi attori che la interpretavano conquistarono subito la simpatia del pubblico. Molte sono state le lacrime versate per quella bellissima interpretazione che dava la sensazione che gli attori fossero davvero innamorati. Qualche anno dopo venne costituita in paese una compagnia teatrale sotto la regia di un sacerdote e venne recitata una bellissima commedia di Goldoni, La locandiera, interpretata da giovani del paese, tra i protagonisti ricordo un bel gruppo di amici, uno dei quali aveva interpretato la parte di Mirandolina portando una parrucca bionda. Il teatro era collocato in una chiesa allora gia' sconsacrata, dietro un paravento sul palco c' era il sacerdote che suggeriva le battute che gli improvvisati attori al momento non ricordavano. Un altra rappresentazione in lingua piu' campidanese che logudorese venne animata da un signore molto simpatico, nella veste di ziu Paddori , parlava molto bene quella lingua e l' interpretazione era molto creativa e comprensibile a tutti. Ziu Paddori rimase nella memoria di tutti per molti anni.

Peppino Mele