Domenica 21 Giugno

LE MINIERE DEL TERRITORIO


Nelle miniere dei territori di Padria, Mara, Pozzomaggiore e Cossoine, per limitarmi ai paesi confinanti, veniva fatta l’estrazione di minerali, principalmente manganese e caolino che già venivano estratti da molti anni. Nei primi anni di apertura delle cave, da quanto riportato nei documenti ufficiali, il manganese veniva utilizzato per costruire armi; l’estrazione poi proseguì fino al 1940. A Padria, nella miniera di Salghentalzu, distante dal paese circa otto chilometri, tra la fine degli anni trenta e i primi anni quaranta, lavorarono molti operai di questi paesi, uomini e donne. Tra questi lavoratori vi erano cinque vedove che mi sono state segnalate e dalle quali ho colto testimonianza diretta (per rispetto della riservatezza non posso citare i nomi). Erano tutte provenienti da un altro paese e, per raggiungere il posto di lavoro, percorrevano tutti i giorni chilometri di strada a piedi percorrendo sentieri e scorciatoie nelle campagne (su caminu culzu), mentre gli operai andavano anche a cavallo del somaro, per i fortunati che lo possedevano. Un minatore provvedeva a preparare l’esplosivo e le cariche da fare brillare alla fine della giornata, per preparare il materiale da estrarre il giorno successivo. Tale materiale veniva portato fuori con le carriole. In questa miniera, ormai in rovina, si notano ancora due piccole strutture che, si dice, fossero state utilizzate come posto di guardia. Un’altra miniera per l’estrazione del manganese era stata attivata alle falde del monte Minerva, ai confini di Villanova Monteleone, dove lavoravano operai di diversi paesi, principalmente di Villanova Monteleone ma anche di Romana e Mara. A Mara era fiorente l’estrazione del caolino che si protrasse per molti anni, dando lavoro soprattutto alla manodopera locale. A Pozzomaggiore, invece, si estraeva il manganese in regione Riu Cumone, dove trovavano lavoro molte persone del luogo. Gli anziani che hanno vissuto in quel periodo raccontano che si verificò un grave incidente subito dopo il trasporto dell’esplosivo, che veniva prelevato a Sassari.Il responsabile e direttore della miniera affidava il trasporto ad un uomo del posto, che aveva il cavallo col carrettone. Quel giorno, appena arrivò, si cominciò a scaricare le casse di quel carico pericoloso. Il giovane figlio del trasportatore, con l’aiuto della domestica del direttore della miniera, stava procedendo allo scarico delle casse e, mentre una cassa veniva appoggiata a terra, forse bruscamente, l’esplosivo scoppiò e investì entrambe le persone in pieno. Il povero giovane e la domestica morirono subito dopo, mentre la casa del proprietario restò seriamente danneggiata, col tetto scoperchiato. Anche a Cossoine erano attive altre miniere in regione Su Catari, da cui si estraeva il caolino (un anziano del paese nato nel 1931 che lavorò nelle miniere, me ne ha reso testimonianza). Le miniere erano a Baddeggia e a Badde ’e Ludu, distanti tra loro circa cinque chilometri. In queste miniere lavoravano circa trenta operai, dei quali buona parte erano uomini e donne di Romana, gli altri erano quasi tutti di Cossoine. Il capo squadra era del posto e con lui collaborava il fratello. Il minerale estratto veniva caricato sui camion e trasportato al porto di Alghero, dove veniva caricato su apposite navi o velieri e portato in continente. Gli operai di Cossoine percorrevano molti chilometri per raggiungere il posto di lavoro, la maggior parte a piedi. Si partiva dal paese il lunedì e si rientrava il venerdì a notte inoltrata. Alcuni dormivano in locali di fortuna, una stanza grande con dei letti a castello, mai sufficienti per tutti, altri su brandine anche scassate e qualche altro accovacciandosi per terra e pure con poche coperte per coprirsi la notte durante l’inverno. Per cibarsi ognuno provvedeva da sé, oppure si univano in gruppi. Il fabbisogno alimentare lo portavano da casa e consisteva in pane, lardo e cipolla, legumi da cucinare sul posto, in particolare fave secche e fagioli. Tutto ciò non era sempre sufficiente per tutta la settimana e allora si ricorreva a raccogliere verdura selvatica e finocchietti, e sa limbuda (borragine commestibile) per cucinare le fave, con qualche pezzo di lardo. L’acqua veniva attinta da una sorgente presso la miniera e non era molto gradevole.

Peppino Mele