Venerdi' 24Aprile

L' ESPROPRIO DEI TERRENI


In una delle campagne incolte e boschive erano stati espropriati e lottizzati dei terreni ed assegnati ai richiedenti per seminare il grano per la provvista familiare; uno di questi appezzamenti era stato assegnato anche a mio padre. Si provvedeva subito a disboscare il terreno e poi a dissodare dalle radici di cisto e lentisco (kessa) con l’uso dell’attrezzo più adatto e a disposizione del momento, su marrapiccu, una particolare zappa con accetta. Le radici del lentisco venivano lasciate sul terreno per far evaporare l’acqua, per farle seccare durante tutta l’estate e per poi portarle a casa e utilizzarle durante l’inverno. Esse infatti forniscono un’ottima qualità di legna, dura e compatta, da utilizzare per il fuoco del camino. Durante l’inverno, in una giornata di tempo incerto, dopo diversi giorni di pioggia incessante, decisi di andare in quel lotto di terreno per prendere un carico di radici (cottighina de kessa) e portarle a casa. Mentre a cavallo del somarello, che chiamavo “piccione”, percorrevo la strada verso detta destinazione, che distava circa dodici chilometri dal paese, cominciò a piovigginare ma, incurante, decisi di proseguire. Per arrivare a quel terreno dovevo attraversare il guado del fiume Temo, situato nelle campagne di Su Anzu e, sempre a cavallo del somaro, attraversai il guado, su adu, incurante delle acque del fiume che al momento sembravano calme anche se già un poco ingrossate dalle piogge dei giorni precedenti. Arrivato sul posto, dopo circa due ore di cavalcata e mezz’ora del tempo necessario per fare riposare quella povera bestia, cominciò a piovere; fu un acquazzone che durò quasi un’ora. Poi, appena cessata la pioggia, cominciai a caricare la legna sopra i ganci collegati al basto del somaro. Dopo averlo caricato pesantemente ci avviammo verso la strada del ritorno, che l’asino conosceva abbastanza bene e perciò procedeva da solo; arrivati al guado, a su adu, mi resi conto che il fiume si era ulteriormente ingrossato, ma purtroppo dovevo per forza attraversarlo. L’asinello si mostrava timido e nervoso perché l’acqua gli arrivava fino alla pancia. Mi feci coraggio e, tenendo tra le mani la fune di comando (sa fune de su crapistu) e, saltando sulle pietre lisce e scivolose quasi sommerse dall’acqua (sos giampadolzos), presi ad attraversare il guado; quando ero a metà scivolai e caddi in acqua. La forte corrente, impetuosa e torbida, minacciava di trascinarmi a valle pertanto, istintivamente, non trovando nulla a cui aggrapparmi, con la forza della disperazione afferrai la coda del somaro, che incitavo disperatamente ad andare avanti. Fu l’unica e provvidenziale soluzione del momento, che mi salvò da quel pericolo grave e imprevedibile. Al seguito del mio mansueto “salvatore” tornai a casa completamente bagnato, infreddolito e anche molto spaventato e preoccupato per il rimprovero che mi aspettavo dai miei genitori.

Peppino Mele