Lunedi' 4 Maggio

L' INVASIONE DELLE CAVALLETTE


Del periodo tra il 1940 e il 1945 si ricorda anche l’invasione delle cavallette che aggredivano e distruggevano soprattutto i campi di grano quasi pronti per la mietitura. Le cavallette, arrampicandosi sullo stelo, raggiungevano la spiga e la tagliavano di netto, facendola cadere a terra per poi mangiarsi i chicchi del grano. Questo triste spettacolo si verificava sui campi di tutta la Sardegna. Dalla mattina alla sera venivano completamente distrutti intere distese pronte per la mietitura da miliardi di cavallette che prolificavano in continuazione. Si potevano vedere “nuvole” immense di cavallette che, appena si alzavano in volo, oscuravano i raggi del sole ed era del tutto normale che anche nei centri abitati si trovassero cosi numerose. Quando, uscendo da casa, si allungava il passo, se ne schiacciavano tante, perché le strade ne erano tappezzate, mentre altre si alzavano in volo formando delle “nuvole”. Per cercare di porre rimedio a questo flagello, che si verificava ormai da parecchio tempo, si scomodarono anche illustri sacerdoti e frati importanti, come il venerato padre Manzella, il quale andava nei campi dei paesi che richiedevano il suo intervento per benedirli e recitare preghiere che sconfiggessero questa “pestilenza”. In Italia, quando non era ancora alleata con l’America, il popolo riteneva che fossero stati gli americani a seminare grandi quantità di uova di cavallette lanciandole dagli aerei sul territorio italiano. Dopo l’armistizio e l’alleanza con l’America, per fare fronte a questo flagello, furono avviate grandi lotte anticavallette e antizanzare per debellare anche la pericolosa e diffusa malaria e sterminare gli insetti dannosi. Nel 1946 fu istituito dalla Regione Sardegna un ente apposito, denominato ERLAAS (Ente regionale lotta antianofelica Sardegna). L’ente operò da novembre del 1946 al dicembre del 1950 quando era stato già raggiunto l’obiettivo della totale sconfitta dei pericolosi insetti. L’intervento venne finanziato dalla Fondazione Rockefeller, con altre associazioni internazionali. Successivamente tale funzione fu intrapresa dal CRAI (Centro regionale antimalarico e anti-insetti), soppresso poi nel 1980. Furono centinaia le persone assunte in quel periodo, operatori sparsi in tutto il territorio isolano e dotati di un’irroratrice manuale per la nebulizzazione del “DDT” un insetticida molto concentrato ed efficace, dall’odore sgradevole, forte e penetrante; prodotto che, dopo l’alleanza con gli Americani, veniva fornito da questi ed era utilizzato non solo in Sardegna ma anche in altre regioni d’Italia. In ogni locale o ambiente trattato veniva scritta a stampatello e con vernice nera la sigla DDT e la data del trattamento. Nelle campagne trattate, nei corsi d’acqua e nelle pozzanghere si mettevano bene in vista i cartelli con la scritta “zona avvelenata”; naturalmente l’effetto dell’insetticida aveva un periodo di scadenza e, soltanto dopo, gli allevatori potevano portare il bestiame al pascolo e ad abbeverarlo. In quel periodo era frequente trovare animali morti per avvelenamento.Tuttavia quella importante lotta è stata veramente efficace, soprattutto per eliminare le zanzare che provocavano la malaria, molto diffusa in Sardegna, la quale veniva curata sopratutto con l’uso del chinino di Stato, venduto solo nelle tabaccherie, dove era esposta la targhetta con la scritta “Sale e Tabacchi”; le pastiglie avevano un sapore terribilmente amaro. Un’altra terapia per curare la malaria era detta medicina sarda fai da te e consisteva nel preparare un decotto con le cime tenere del salice piangente, che veniva bevuto dopo averlo filtrato e raffreddato e che coraggiosamente si accettava di inghiottire pur di guarire. Si sapeva che era molto amaro ma molto efficace e si diceva che in molti casi si guariva presto e senza conseguenze. Chi aveva usato quella terapia ed era guarito diceva, torcendo ancora il naso e la bocca solo nel raccontarlo, che sembrava il veleno che avevano dato a Gesù Cristo: (ranchidu che su velenu chi ant dadu a Gesucristu).

Peppino Mele