Giovedi' 24 Ottobre

L' INFANZIA E LA SCUOLA


All' eta' di cinque anni (1941), mi raccontava sempre mia madre, mi ammalai di una grave malattia, allora comunemente chiamata in lingua sarda "dolore de costazu", oggi polmonite A quei tempi non era facile curare questa malattia per mancanza di medicine adeguate. Non sempre, infatti, se ne trovavano nelle piccole farmacie dei paesi e non tutti i medici erano ben preparati ed esperti. Il medico condotto del mio paese era uno dei migliori della zona, da lui si recavano molti pazienti dei paesi limitrofi e a lui si rivolsero anche i miei genitori. Mi curarono con le medicine allora a disposizione, comprese quelle preparate dal farmacista locale. Passarono molti giorni ma il mio stato di salute non migliorava e intanto si riduceva la speranza di aver salva la vita. I miei genitori, ormai rassegnati al peggio, mi avevano persino preparato l' abito per l' aldilaa'. Fu allora che il dottore proposero loro una nuova terapia, considerandola come ultimo tentativo per salvarmi la vita. I nuovi farmaci per fortuna si rivelarono molto efficaci e, infatti, migliorai tutti i giorni fino alla completa guarigione. Per i miei genitori l' essere ritornato sano fu considerato un evento straordinario, una sorta di miracolo e io, pian piano, ripresi la vita di prima circolando in paese e giocando con i miei compagni. L' atteggiamento nei miei confronti che notavo in molti conoscenti e persino nel medico curante, non era pero' piu' quello di prima: per tutti oramai io ero "su mortu torradu a vida", ossia "il resuscitato". Oggi tutta la sofferenza di quel periodo non la ricordo bene essendo ormai trascorsi parecchi anni: ero troppo piccolo e forse il mio inconscio ha voluto cancellarla quella triste parentesi della mia vita mentre, al contrario, mantengo vivi tutti i ricordi dei periodi successivi, a cominciare dalla frequenza all' asilo. La maestra dell' asilo si chiamava Maria, non era sposata e abitava presso una famiglia del paese non lontano con casa mia. Era una bravissima docente, stimata e apprezzata da tutti perche' voleva bene, indistintamente, ad ogni singolo bambino. Per tutti noi era una sorta di seconda mamma e la chiamavamo sempre Signorina Maria.
Finito il ciclo dell' asilo, iniziai la frequenza alla scuola elementare e li' notai subito la differenza di trattamento rispetto alla scuola precedente. La maestra che prese in carico la mia classe era molto esigente e severa e rimase con noi fino alla quinta. Della maestra, allora, tutti avevano il massimo rispetto. Gli scolari temevamo soprattutto il voto della condotta perche, se insufficiente, i genitori ( e non c' era scampo), avrebbero dato loro una buona dose di sculaccioni, senza mettere minimamente in discussione la parola dell' insegnante. Per qualche birichinata di troppo l' alunno indisciplinato poteva ricevere una immediata punizione in aula: rimanere per ore dietro la lavagna, prendere bacchettate sulle mani, ecc..., in ogni caso, si subivano le risate e lo scherno degli altri compagni di classe, momento sicuramente piu' umiliante. Le insegnanti di quel periodo nella mia scuola erano la signora Eugenia, donna imponente e severa, voce robusta, quasi maschile ma di animo buono e voleva molto bene ai bambini forse perché non aveva avuto la fortuna di averne di suoi; la signorina Maria, "sa mastritta", piccola di statura e gracile di corporatura era una donna tutto pepe e insegnava aritmetica. Anche lei era molto esigente e, quando qualche ragazzo non seguiva bene la lezione, si avvicinava al suo banco dandogli una buona tirata di orecchie "a trofiggiadura", ossia fino a piegargliele; la signorina Ica di carattere calmo e paziente; la signora Italia, dalla voce squillante, che i ragazzi ascoltavano piuttosto in soggezione; infine il maestro Antonio. Di lui ricordo la reazione che un giorno ebbe nei confronti di un alunno che si chiamava Peppino, al quale era stato affibbiato il soprannome di 'Mamma Fea' (mamma brutta), perche' così lui chiamava la sua mamma quando lo sgridava o gli dava qualche punizione. Quel giorno, come di consueto, Peppino a scuola non voleva seguire e, pero', disturbava la lezione distogliendo l' attenzione di tutti i compagni di classe. Il maestro, persona molto calma e paziente, lo aveva richiamato piu' volte invitandolo all' ascolto e ad un comportamento piu' rispettoso, ma la sua reazione ai consigli dell' insegnante fu sorprendente e, al tempo stesso, audace in quanto oso' schernire con insulti e maledizioni il maestro, al quale mai nessuno degli alunni fino ad allora aveva mai mancato di rispetto.
Il maestro Antonio, persa la pazienza perche offeso e umiliato davanti a tutta la classe, gli aveva allora lanciato la bacchetta che teneva sulla scrivania e lo aveva colpito al petto. Le urla di Peppino e il suo forte pianto erano arrivate anche nelle altre classi e, quel giorno la movimentata " giornata di lezione" si concluse per noi tutti anticipatamente.Le lezioni, nel tempo invernale, si svolgevano in aule fredde e gelide, senza riscaldamento. La bidella, zia Caterina, portava in classe un braciere pieno di braci di carbone bene accese, che sistemava ai piedi della cattedra dell' insegnante, ben distante da tutti noi alunni. Gli alunni portavano da casa loro il calamaio con l' inchiostro e la penna; non sempre la qualita' dell' inchiostro era la migliore e, quando si esauriva la scorta di quello buono, si ricorreva al fai da te: si raccoglievano le bacche mature dell' edera e si lasciavano a macerare per diversi giorni, dopodiche' il succo concentrato, diluito con un po' d' acqua, lo si utilizzava per scrivere. La scrittura quasi sempre risultava sbiadita e tendente piu' al colore verde che al blu, cio' capitava quando si facevano macerare bacche non mature. Per evitare che l' inchiostro colasse o macchiasse il quaderno, tenevamo sempre a portata di mano la carta assorbente. Il calamaio, durante le lezioni, veniva riposto nell'apposito foro presente nel banco. La penna, sempre la stessa, col manico di legno, era munita di un pennino di acciaio intercambiabile. Capitava spesso che durante l' uso si spuntava, e questo succedeva soprattutto quando c' era freddo e si calcava troppo con la mano gelata (cancarada); altre volte, capitava che si spuntava a seguito di una caduta per terra, accidentale o premeditatamente lasciata cadere per non fare il compito. Si doveva portare, inoltre, anche uno speciale pennino per scrivere il compito di calligrafia, allora materia di insegnamento soggetta al voto.

Peppino Mele