Venerdi' 24 Gennaio

IL CARNEVALE

Quando la poverta' regnava sovrana ma l' amicizia e la fratellanza erano forti e durature.

Nel periodo del dopoguerra si ricordano dei bellissimi carnevali quando, con pochi soldi in tasca ma tanta voglia di divertimento e tanta armonia tra la gente, si andava a divertirsi nei veglioni che ogni anno venivano organizzati quasi sempre dalle stesse persone. I fisarmonicisti allietavano le serate suonando bellissime mazurche, tanghi e polke poi ancora il pezzo forte, il ballo sardo, che era stato elaborato e personalizzato proprio da uno di questi musicisti, rendendolo piĆ¹ allegro e invitante, facendolo durare a lungo e, ancora, la tarantella. Alla chiusura di ogni ballo, la voce inconfondibile del gestore invitava le donne al buffet, dove sicuramente qualche cavaliere avrebbe offerto loro da bere.
Una delle sale da ballo era gestita da una famiglia molto attiva nel settore, in cui fratelli e sorelle organizzavano al meglio la sala e uno di essi era un bravissimo fisarmonicista. Memorabile una suonata di ballo sardo durante una serata di festa nella piazza principale del paese; fu una gara di lunga durata tra il campione del paese e un fisarmonicista forestiero, un certo Michelino, che era fidanzato con una ragazza del paese. La disputa riguardava la durata della suonata e della ballata, protratta fino a quando uno dei due non avesse ceduto. Il ballo duro' molto tempo e vi parteciparono quasi tutti i presenti; nel mentre alcuni ballerini si staccavano dal serpentone umano che si teneva per mano, stanchi e coperti di sudore ma contenti. La Piazza dei balli era ancora in terra battuta e la polvere sollevata aveva imbiancato gli abiti e i capelli di tutti, come se fossero invecchiati improvvisamente. Col passare degli anni il numero di sale da ballo aumentava sempre di piu'; si ricordano su casifiziu de don Pedru, il salone di Serra, quello di tziu Fummone e il garage della cooperativa contadini, in piazza Vittorio Emanuele. Durante un carnevale, in uno di questi locali, in alternativa alla musica dei dischi, si era provveduto ad organizzare della musica dal vivo, con l' ingaggio del clarinettista Giuseppino, un compaesano residente a Fertilia, che aveva riscosso un grande successo. Nella sala di tziu Fummone, durante una serata di carnevale, quando regnava un clima abbastanza caldo ed accogliente, risuonava la "Mazurca di Carolina'' e le coppie allegre e divertite danzavano soddisfatte, a un tratto, sul tardi, entro' un barbiere, in tenuta impeccabile, con la giacca bianca, la spazzola e il pettine nel taschino; in una tasca della giacca teneva i coriandoli che, passando tra le coppie, distribuiva generosamente a tutti, nell' altra tasca aveva la peretta di gomma contenente la cipria. Dopo un veloce giro per tutta la sala, affiancando i ballerini, spruzzava generosamente la cipria sotto il naso di tutte le coppie ma a un certo punto, all' improvviso, annuncio' una veloce buona notte e buon divertimento a tutti e scappo' via. Dopo pochi minuti si comincio' a sentire qualche starnuto sonoro, che divenne quasi collettivo e qualche rumore strano che assomigliava al trascinamento dei piedi di un tavolo sul pavimento, ma poco dopo non ci fu piu' alcun dubbio: era un concerto di peti. Questi starnuti erano provocati dalla miscela irritante che, abilmente, il nostro barbiere aveva mischiato alla cipria ma, come spesso si dice, il rumore si confonde ma la puzza mai. L' imbarazzo di molti ballerini e sopratutto ballerine fu tremendo, molti scapparono via per continuare fuori dalla sala il loro concerto sonoro. Il barbiere, ormai introvabile, sicuramente rideva divertito. Come da tradizione, a carnevale ogni scherzo vale.
Durante il carnevale, molte donne, anche sposate e madri di famiglia, che non volevano essere riconosciute, indossavano un abito nero col cappuccio e la maschera che copriva bene il viso, su dominu. Gli approcci dei ragazzi erano del tutto naturali e, una notte, nel veglione di un paese, un ballerino e una ballerina, dopo i primi ammiccamenti da parte della donna, ballavano a coppia fissa. La donna, sempre per non farsi riconoscere, non parlava mai, gesticolava con le mani coperte dai guanti e annuiva con la testa. I due ballerini si stringevano e si avvinghiavano sempre piu'. Si facevano gia' le ore piccole della notte e, prima che chiudessero la sala, il giovanotto confido' alla ballerina di essersi innamorato di lei e di volerla conoscere, invitandola quindi ad uscire fuori dalla sala. La sorpresa ci fu, e non poca, quando, appena sotto la fioca luce di un vecchio lampione, mentre lui cercava di baciarla, lei si tolse la maschera e il giovanotto si ritrovo' con sua madre che si "sfasciava" dalle risate. Nella serata finale di carnevale, allietata da tante frittelle e da vino in abbondanza, le maschere che indossavano il domino nero, per non farsi riconoscere, circolavano allegramente nelle vie del paese. Non mancavano le sfilate a cavallo con i cavalieri che avevano il viso truccato di nero col carbone e abiti da Re Magi. L' ultimo giorno di carnevale era quello dedicato alla pentolaccia, quando un contenitore di terracotta veniva appeso al centro del solaio della sala da ballo. Esso conteneva, a sorpresa, caramelle, dolci e coriandoli, a volte anche una gallina viva che, al taglio del contenitore, volava impazzita sulla testa dei ballerini.

Peppino Mele