Mercoledi' 15 Luglio

DON FELICE PERINO


Nel 1950 a Padria era parroco don Felice Perino, sacerdote molto riservato e di poche parole, ma ugualmente ben voluto e stimato dai concittadini; egli faceva di tutto per aiutare e accontentare la popolazione. Si attirò particolarmente la stima e la simpatia della gente da quando cominciò a proiettare dei film all’aperto in piazza Guglielmo Marconi, sa piatta de tzia Alvara, (la Piazza di zia Barbara, come la chiamavano tutti gli abitanti) oppure in sa piatta de su zuighe Meloni. Le pellicole venivano proiettate il sabato e la domenica notte per tutto il periodo estivo. All’acquisto delle stesse si faceva fronte con le piccole offerte che venivano date durante la proiezione. Lo schermo era un lenzuolo bianco che veniva appeso sulla facciata della casa del vice parroco mentre la macchina da presa veniva piazzata sopra un tavolino al centro della piazza e l’operatore era un giovanotto di Pozzomaggiore. Gli spettatori si portavano da casa la sedia e occupavano le prime fila mentre chi era in piedi occupava lateralmente e in fondo il resto della piazza. La proiezione dei film, durante l’inverno, veniva fatta nella palestra della scuola elementare; le pellicole proiettate, rappresentavano quasi sempre la vita dei Santi, Santa Rita da Cascia, Sant’Antonio da Padova e tanti altri; qualche volta altri film meno ecclesiastici ma rigorosamente adatti per le ragazze e i ragazzi. Da voci incontrollate che circolavano in paese, la scelta dei filmati doveva passare al vaglio delle solite assidue parrocchiane, come pure le celebrazioni nella chiesa e l’allestimento dell’altare. Don Perino cominciò a ribellarsi a questo sistema e a ricordare alle sue collaboratrici che il parroco era lui e pertanto non gradiva la loro sproporzionata ingerenza nei suoi doveri enelle sue decisioni e reclamava la sua autonomia. Sembrerebbe che questa presa di posizione avesse dato inizio ai malumori, che ben presto si manifestarono anche all’esterno dell’ambiente confessionale, tanto che il sacerdote veniva pedinato da alcune bigotte, quasi ininterrottamente giorno e notte, sempre alla ricerca di qualche appiglio, per poi poterlo criticare e contestare. Galeotta fu la notte in cui don Perino fu chiamato a impartire l’estrema unzione a casa di una donna che versava in gravi condizioni di salute, condizioni accertate e confermate successivamente dal medico condotto del paese. Al parroco venne affibbiata subito una presunta relazione, successivamente risultata del tutto infondata, con una figlia della paziente; dall’indomani cominciarono a circolare i pettegolezzi e le male lingue presero a dare sfogo a tutta la loro cattiveria; ovviamente erano sopratutto quelle delle bigotte più risentite. Man mano che passavano i giorni un sempre maggior numero di persone si trovò coinvolto in questi pettegolezzi, o a favore del sacerdote oppure a favore della donna tirata in ballo dalle bigotte; in effetti si trattava di una donna onesta, componente di una famiglia seria e laboriosa. A seguito dei pettegolezzi si formarono due schieramenti, uno contro don Perino e l’altro a favore; al primo facevano capo appunto le bigotte che volevano cacciare via il prete, al secondo tutti gli altri. Molte bigotte, termine loro appioppato dagli avversari, erano affiancate dai loro parenti e familiari facoltosi e influenti. A sua volta il sindaco con tutto il suo seguito, compresi i fiancheggiatori, soffiava sul fuoco, schieran dosi contro il prete dall’esterno. Egli rimase in carica dal 1946 al 1952 ed era un ex giudice del tribunale di Sassari; si chiamava Salvatorangelo Meloni (su zuighe Meloni), un personaggio molto importante e influente ed esponente dello schieramento politico democristiano. Al secondo gruppo appartenevano le fasce più deboli della popolazione, affiancate anche da persone altrettanto influenti e benestanti che avevano gradito e incoraggiato la loro presa di posizione e che ritenevano inopportuna l’intrusione del sindaco, un atto contrario alla sua posizione istituzionale. Il malumore della popolazione era sempre più forte e gli scontri verbali tra fazioni sempre più accesi e offensivi. Si diceva che il sindaco, quale responsabile dell’ordine pubblico, fosse intervenuto presso il vescovo, chiedendo e ottenendo l’allontanamento immediato del sacerdote. Così di punto in bianco ci si trovò senza don Perino e senza sapere dove rintracciarlo. Si manifestò subito una forte protesta popolare, molte persone non andavano in chiesa a Padria e si recavano a Mara o a Pozzomaggiore per ascoltare la Santa Messa domenicale, mentre la protesta veniva ormai urlata nelle vie e nelle piazze del paese e i cittadini partecipavano alle assemblee sempre più numerosi. Il corteo si formava tutte le sere, i manifestanti protestavano contro questa ingiustizia e, gridando e applaudendo, dicevano: "Vogliamo Don Perino, andiamo tutti da Ciucchino". Era Ciucchini il cognome del vescovo della nostra diocesi, così modificato per l’esigenza della rima. Il malcontento generale continuava e i promotori organizzarono una manifestazione da fare davanti alla casa del vescovo, ad Alghero. Noleggiato un pullman, zeppo di manifestanti, si presentarono dal vescovo e una delegazione venne ricevuta dallo stesso che però non assicurò il ritorno in paese di don Perino; promise soltanto che si sarebbe provveduto in breve tempo a risolvere il problema. Le sfilate di protesta continuavano e si snodavano partendo dalla casa parrocchiale e percorrendo la via Nazionale fino alla caserma dei carabinieri, in piazza Convento, sempre reclamando il ritorno del parroco. Nel frattempo il vescovo, pensando probabilmente di fare cosa gradita alla popolazione e per risolvere finalmente il problema, nominò il sostituto nella persona dello stimato compaesano don Giovanni Faedda. Inizialmente sembrava per tutti una buona soluzione e in particolare per le assidue parrocchiane che manifestavano apertamente soddisfazione per avere ottenuto una grande vittoria con il definitivo allontanamento di don Perino. Poi la maggior parte del popolo, sopratutto in seguito a questi atteggiamenti, cominciò a manifestare maggiore sofferenza e reazione con scambi di battute sempre più aspri e velenosi tra le parti, ma senza mai offendere don Faedda. La storia, iniziata nel mese di maggio, continuava; si chiedeva e si invocava ancora il ritorno del precedente sacerdote, ma ad accendere più forte la protesta ed il malumore fu una frase pronunciata da don Faedda durante la predica della messa domenicale, quando disse che lui era stato mandato dal vescovo e che poteva anche non piacere a qualcuno ma che c’era e ci sarebbe rimasto. Fu questa frase di sfida e di provocazione che fece risentire e reagire con maggiore determinazione la maggior parte della popolazione, al punto che le manifestazioni di piazza ripresero più forti di prima e la domenica successiva all’ora della messa cantata, si radunarono tutti nel piazzale della chiesa, riempiendola completamente. Chi voleva entrare in chiesa per assistere alla messa doveva per forza passare in mezzo alla folla che mai aveva impedito a nessuno l’accesso ed anzi aveva lasciato libero un corridoio per potervi accedere liberamente e furono molti, soprattutto i curiosi, sia di uno schieramento che dell’altro, ad assistere alla messa. L’ingresso della chiesa era piantonato dai carabinieri, la funzione religiosa non fu mai disturbata, come sarebbe stato scritto nel verbale dei carabinieri, ove si legge che all’interno della chiesa erano presenti molte persone. Appena il sacerdote, Don Faedda, finì la celebrazione, impartì la benedizione e si ritirò nella sacrestia, entrò in azione una delegazione di tre manifestanti che attraversarono la chiesa fino ai piedi dell’altare. Dopo aver fatto il devoto segno della croce, rivolti all’altare, entrarono nella sacrestia per parlare col sacerdote e quindi con calma e rispetto lo invitarono, anche se in forma perentoria, a prendere una immediata decisione, e cioè ad andare via dal paese subito e a non avere timore della folla perché garantivano che nessuno gli avrebbe fatto del male; gli offrirono un passaggio fin dove voleva andare, con la macchina di un rappresentante del comitato, una vecchia Fiat Balilla. Ma egli rifiutò seccamente l’offerta perché la macchina era di proprietà di un comunista; quindi, raccolte le poche cose personali che teneva a portata di mano uscì dalla chiesa accompagnato dalla delegazione. Appena fu sull’uscio della chiesa, mentre avanzava tra la folla, si trovò circondato da una marea di persone. Qualche dimostrante poco rispettoso e troppo azzardato, aveva portato in piazza un somaro che sarebbe servito, nel caso in cui si fosse rifiutato di andarsene. Qualche ultras, come si direbbe oggi, tentò anche di fargli cavalcare il somaro e di mettere sulla testa dell’asino il cappello del prete; immediatamente intervennero alcune persone e fecero portare via il somaro, invitando gli scalmanati a non permettersi di toccare don Faedda; così tutto il corteo, percorrendo via Nazionale accompagnò il sacerdote, scortato sempre dai carabinieri, fino all’uscita del paese, all’imbocco del sentiero scorciatoia che conduceva a Pozzomaggiore, lasciandolo libero di andare dove voleva. Nei giorni seguenti le manifestazioni proseguirono così come le implorazioni al vescovo per il ritorno di Don Perino; ma una sera, quando i manifestanti, sempre lanciando i soliti slogan, arrivarono davanti alla caserma dei carabinieri, ignari di quanto stava per accadere, si trovarono in un attimo accerchiati da decine di camionette dei carabinieri, i quali spingevano la folla verso la caserma, arrestando molti dei manifestanti che protestavano pacificamente. Nei giorni successivi si verificò anche la comparsa di alcuni autoblindati, ma non trovarono anima viva nelle vie delpaese. Furono condotti dentro la caserma molti di coloro che protestavano e, dopo averli identificati, vennero caricati sulle camionette e portati alle carceri di San Sebastiano a Sassari. Quanto avvenuto, in nome dell’ordine pubblico, non poteva che essere stato richiesto dal sindaco che, con questa operazione, ancora di più urtò la popolazione. In prevalenza erano stati arrestati i promotori delle manifestazioni, nomi che ormai erano noti a tutti, ma anche persone che non c’entravano nulla con la lotta vera e propria e partecipavano solo per curiosità, trovandosi poi implicati in una storia giudiziaria inimmaginabile, infatti la detenzione solo per alcuni sarebbe stata breve, mentre per molti si protrasse anche per sette e otto mesi, fino alla celebrazione del processo e alla sentenza. Tra decine e decine di arrestati, si trovavano contemporaneamente marito e moglie, signorine e giovanotti, famiglie con due o tre fratelli, tutti in stato di detenzione; molte di quelle persone erano dei lavoratori che vivevano alla giornata, eseguendo prestazioni manuali. Scattarono allora grandi atti di solidarietà per aiutare coloro che si trovavano in difficoltà, come ad esempio accadde a tre fratelli che erano in carcere, i quali avendo a suo tempo seminato del grano, in quel periodo dovevano mieterlo per portarlo a casa; perciò un gruppo di persone volenterose e solidali andò a mieterlo per poi farlo trebbiare e trasportare fino a casa loro; ma anche per tutti gli altri vi fu comunque una grande solidarietà da parte di tantissima gente di entrambi gli schieramenti. Iniziò così il processo penale contro 46 imputati per i reati di adunate sediziose continuate, turbamento di funzioni religiose e violenza privata, a seguito dei fatti avvenuti a Padria l’otto giugno 1951, giorno di Corpus Domini, e nel successivo venerdì 9, in seguito al trasferimento del parroco Don Perino e all’arrivo di Don Faedda. Da un rapporto delle forze dell’ordine, pubblicato sui giornali, risultavano venti donne dello schieramento contro don Perino, quelle che assistevano alla messa, e circa 1000 persone che avevano manifestato davanti alla chiesa, mentre la forza pubblica era composta da sei carabinieri. La situazione all’esterno della chiesa si era presentata grave e minacciosa, i carabinieri dentro la chiesa avevano tenuto il portone chiuso per non disturbare la funzione religiosa, ma così avevano indotto la folla che spingeva dall’esterno ad aprirlo. Durante la celebrazione del processo, che durò per parecchio tempo, si videro implicate centinaia di persone a vario titolo, tra queste venne chiamata a testimoniare una delle così dette “signorine bigotte“ che componevano lo schieramento contro don Perino, e il presidente del tribunale, giudice Pedroni, le domandò se avesse delle prove circa la presunta relazione del prete con la giovane compaesana, e lei rispose serafica e assorta: “Signor presidente se sono rose fioriranno”, e qualcuno, di rimando aggiunse: “Ma se sono spine pungeranno”. Un promotore della sommossa era sfuggito all’arresto durante la retata e si diede alla latitanza fino alla celebrazione del processo; egli vagava nelle campagne del territorio e lo aiutavano tutti perché era una brava persona che non faceva del male a nessuno, era sposato e aveva figli in tenera età. Questa latitanza gli fece guadagnare il nomignolo di Stocchino, assimilandolo al vero e temerario bandito. Dopo questo turbolento periodo arrivò un nuovo sacerdote, don Antonio Caddeo e, con la rassegnazione di entrambi gli schieramenti, dopo tanta tempesta, si cominciò a ricostruire quel rapporto di socializzazione e di fiducia reciproca indispensabile per convivere in una comunità così duramente sconvolta. In tale clima si affrontarono le elezioni democratiche per eleggere gli amministratori comunali e scesero in campo due liste contrapposte, democristiani esardisti, ma in realtà dietro il paravento della politica si nascondeva la prosecuzione della lotta sotterranea dei paesani potenti per arrivare a governare il paese e prevalere sulla fazione opposta; il Partito Sardo d’Azione si aggiudicò la vittoria con dott. Antonino Cambule, che in qualità di sindaco governò il paese dal 1952 al 1960.

Peppino Mele