Mercoledi' 10 Giugno

DALLE BICICLETTE ALLE MOTOCICLETTE


Nel mio paese la prima motocicletta, la mitica Guzzi 500 col telaio rigido, era di proprietà di un appassionato signore, abile motociclista e amante della velocità. Possedeva la moto già da molti anni, forse dagli anni quaranta e la trattava come fosse un gioiello. Quando partiva per andare fuori paese, non mancavano gli “spettatori” curiosi che si disponevano sulla via principale per vedere la spettacolare partenza e lo seguivano con lo sguardo per tutto il percorso visibile e per i tornanti più pericolosi della strada per Pozzomaggiore. La velocità veniva valutata dalle nuvole di polvere che si alzavano durante il suo passaggio, perché la strada era tutta coperta di ghiaia e di polvere: era una strada bianca. Tra gli spettatori venivano fatti i commenti di valutazione della velocità: e dimò, nessi a trinta a s’ora fit currinde. Le prime motociclette leggere o scooter, che circolavano in paese fin dai primi anni cinquanta, erano la Vespa 125 e tra i vari proprietari ricordo: Antonio Mele, targa (SS 1111), Angelo Meloni, Giovanni Maria Meloni (Billia), Tore Cossu, Silvio Dore, Andrea Piras, Felice Scanu, Giovanni Maria Dettori (Minnieddu), Lolle Saccu e via via. Poi il parco venne incrementato anche con altri modelli e marche, come la Gilera, MV, Guzzi e Benelli; tra i proprietari vi erano Giovannino Piras, Giovannino Faedda, Carlo Ventacoli, Michelangelo Meloni, Nino Masala e io stesso, prima con una Lambretta 125 e poi con una ISO moto da 125 cc. Anche a Pozzomaggiore, Mara, Cossoine e in tutti i paesi della Sardegna si potevano contare numerose motociclette e scooter. Non è mancato il proprietario di una “Vespa”; la trattava come se fosse un prezioso gioiello, una volta infatti capitò che, rientrando dalla campagna, un suo amico gli chiese di dargli un passaggio fino al paese ed egli gli rispose istintivamente di si; subito dopo, però, aggiunse: “Fammi vedere se hai scarpe chiodate” ed essendo realmente così, concluse: “mi dispiace ma non ti faccio salire perché con quelle scarpe mi rovini la pedana”. Ricordo che le scarpe chiodate venivano usate soprattutto da coloro che lavoravano in campagna (botas a gambaletto) e per farle durare di più venivano inchiodate su tutta la pianta della suola di cuoio e anche sul tacco, sas bullitas, bottas imbullitadas. Inotre molte persone, compresi i ricchi e i benestanti, anche se calzavano scarpe basse dette “scarpine” (butinas lebias), già da quando erano nuove le portavano dal calzolaio per inchiodare i salva punta e i salva tacco di ferro, al fine di farle durare il più a lungo possibile. In quegli anni difficili anche i ricchi dovevano risparmiare e, per non spendere molto sull’abbigliamento, andavano dal sarto e si facevano rivoltare gli abiti, soprattutto il cappotto quando era molto sciupato.

Peppino Mele