Lunedi' 23 Dicembre

ANNI DI POVERTA' E DISOCCUPAZIONE


In quel periodo non mancavano i volenterosi lavoratori che non si arrendevano alle poche opportunità di lavoro e che quindi, pur di lavorare, inventavano nuovi mestieri, creavano nuovi lavori. L’esempio emblematico arrivò da un ex militare, reduce da lunghi anni di prigionia. Questi cominciò a lavorare facendo il gelataio, col suo triciclo ricavato da una bicicletta con un cassone anteriore di legno bianco verniciato, dove era alloggiato il contenitore del gelato, avvolto dal ghiaccio e con un vistoso coperchio conico, ben lucidato. Lui indossava una giacca bianca e un cappello da gelataio. Le domeniche e i giorni di festa circolava nelle vie del paese annunciando il solito richiamo: “gelati!” Poi si fermava nella piazza principale dove erano più numerosi i bambini, abituali consumatori. Per i ragazzi era già una bella festa poter mangiare il gelato, infatti per l’occasione si procuravano le monetine, su soddu e sas sinas, racimolate a casa dai miseri risparmi dei genitori. Qualche ragazzo portava a casa il gelato per la mamma o la sorella, che non volevano esporsi per non essere "criticate"; il ragazzo, strada facendo, vedendo che il gelato si stava squagliando, non mancava di dargli una leccatina e, se la casa era lontana, del gelato restava ben poco. Un altro lavoro svolto dal giovane era la costruzione e la riparazione degli ombrelli, in particolare degli ombrelli grandi da campagna col telo impregnato di vernice verde, su paraccu ilde, per i quali c’era una forte richiesta. Per arrotondare il guadagno della giornata, faceva anche il banditore e, con la sua tromba di ottone, sempre lucida, girava tutto il paese. All’inizio o alla fine di ogni via, sa carrela, dopo una lunga e ripetuta suonata della tromba, comunicava a voce alta l’elenco della merce o delle notizie importanti, annunciando, ad esempio: ''Saldina, zarrette e pisaru barattu bennidu como a su malcadu'', oppure: ''Chie ha perdidu unu mazzu de giaese in via Nazionale benzada in podere meu''. Attraverso il bando pubblico non sono mancati i furbi e i burloni che volevano rendere scanzonati gli incontri amorosi di qualche giovane ragazza che si appartava con il suo innamorato nelle vie buie del paese, all’imbrunire e anche di notte. Il banditore, per onesta' e deontologia professionale, non poteva svelare il nome di coloro che gli commissionavano "il bando", quando qualcuno inventava una ipotetica scomparsa della propria cagnetta e soprattutto quando il riferimento era rivolto ad una ragazza di bassa statura, come questo di esempio: “chie ada agattadu una cattedda nana e allegra, pili niedda cun duas macchias biancas in petorras, peldida in via ........, benzada in podere meu". La via indicata era quasi sempre la più buia del paese. A volte capitava che la tromba gracchiava come una cornacchia, allora qualcuno gli diceva: "Abbaida chi sa trumba este arrughida, dali a buffare” e lui esclamava: "Già li passada, cantu istada a iscruare, ca lu faghede sa limbatta". Nel frattempo il banditore smise di andare in giro con la tromba per le vie del paese, quando fu istituito il cosiddetto bando pubblico, che prevedeva la divulgazione delle notizie e degli annunci tramite altoparlanti fissi, alloggiati presso la casa del banditore stesso. Da quel momento in poi, però, i messaggi furono meno comprensibili e la loro diffusione risultò limitata ai pochi rioni adiacenti. Dopo questo lavoro il nostro banditore venne assunto alle Poste, con mansioni di portalettere. Col suo borsone gonfio di corrispondenza, per anni indosso' con orgoglio la divisa, col berretto a visiera, su cui era stampato P.T., ovvero poste e telegrafi, e col fischietto a tracolla, continuando a consegnare la posta fino all' eta' della meritata pensione. Un banditore, che aveva preceduto il militare, era un uomo anziano, che tutte le domenica andava in chiesa a suonare l’organo durante la celebrazione della messa. L’organo, molto antico e usurato, aveva la tastiera grande e, nella parte inferiore, una cassa di legno dalla quale fuoriuscivano due stanghe di legno lunghe circa un metro, sas istangas, come fosse un carretto: erano le leve da muovere alternativamente su e giu' per dare fiato al polmone ad aria dell' organo. L' organo era stato sistemato nella cappella adiacente l' ingresso della sacristia, nascosto alla vista dei parrocchiani. Le leve venivano manovrate dai chierichetti e da altri ragazzi volenterosi che andavano ad ascoltare la messa e non mancavano mai la domenica. Qualche volta succedeva che per la fatica di azionare le leve loro si stancassero e, venuto a mancare il necessario fiato all’organo, venivano meno anche le note e il volume, in modo fin troppo evidente. Prontamente intervenivano braccia piu' fresche e robuste come quelle del vice parroco, che cercava di rimediare allo scompenso sonoro. Un altro collaboratore del sacerdote era il campanaro, Tziu Zoga Zoga, che suonava le campane per annunciare l' inizio delle celebrazioni e il decesso dei compaesani passati a miglior vita. La domenica Tziu Zoga Zoga andava di casa in casa, vestito da confratello col saio bianco e portava un tabernacolo di legno contenente la statua del Cristo crocefisso; quando i padroni di casa aprivano la porta e si trovavano davanti Tziu Zoga Zoga, che apriva lo sportello del tabernacolo e lo porgeva per baciarlo, non potevano fare a meno di dare in offerta qualche moneta. Il primo molino per macinare le olive ed estrarre l' olio e' stato installato dal sig. Luigi Pintore, coadiuvato anche dai familiari che ci lavoravano direttamente. Era costituito da una vasca circolare e all' interno conteneva due grandi ruote accoppiate tra loro, erano di pietra e venivano fatte ruotare per frantumare le olive e ottenere cosi' una pasta omogenea.
Le ruote venivano fatte girare tramite una lunga stanga di legno che sporgeva fino all' esterno della vasca e veniva agganciata al dorso di un cavallo che girava attorno alla vasca in senso circolare. La pasta delle olive veniva poi messa sopra dei filtri e pressata dall' apposita pressa e quindi estratto l' olio.

Peppino Mele